LA QUASI VERA STORIA DI
PEPI
IL MATTO
di Burletti Guglielmo
Quando una persona muore e non
c’è più nei nostri affetti quotidiani rimane difficile somatizzarne l’assenza
negli spazi da esso frequentati, e quel silenzio, quel vuoto che ne hanno preso
il posto diventa un imperturbabile manifesto di dolore che solo il rimarginante
trascorrere del tempo ne potrà limitare l’impatto nell’animo di chi ne soffre
la dipartita. Nel frattempo, la memoria gioca il suo ruolo illustrandoci cartoline
dal passato, ridandoci spicchi di vita rubati all’oblio simulando una panacea
di eternità che per quegli istanti ci strappa dalla realtà.
In questo libro ho voluto
imprigionare per sempre proprio quegli
istanti in cui mi ricordavo di mio nonno Gesualdo.
Il giorno in cui io venni al
mondo, era uno di quei giorni in cui un bambino avrebbe fatto meglio a rimanere
ancora nel grembo di sua madre. Ma evidentemente il destino ha voluto rendere,
alla mia famiglia, un evento straordinario in un capitombolo di coincidenze
inaspettate. Pioveva a dirotto, tanto che il rumore della pioggia scrosciante
sulle tegole non permise a mio padre di sentire le prime urla di mia madre, che
dalla camera da letto lamentava l’inizio delle prime doglie. Fu mia nonna Adele
a ridare eco a quegli spasmi ansimanti, così d’attivare la catena di soccorso
per farmi venire alla luce. Mentre mia nonna confortava mia madre, mio padre
corse al telefono per avvertire la levatrice che era arrivato il tanto atteso
momento. Solo che la signora Carmela era a casa da sola e con quel tempaccio
non era proprio il caso di avventurarsi in una passeggiata fuori porta. Allora
mio padre, spinto da un ardore che gli avrebbe permesso di rifare le mitiche
sfide di Ercole, la invitò a prepararsi che lui sarebbe arrivato in un
battibaleno.
Mio nonno Gesualdo, tornato dalla
stalla dopo che aveva sistemato e rassicurato le mucche, mise sul fuoco un
grosso pentolone che riempì d’acqua. Nello stesso istante che a mia madre si
ruppero le acque, la sua dolce metà sfidava, con la sua Fiat 600, quelle che il
cielo mandava giù a secchiate. Purtroppo, non aveva ancora percorso neanche un
chilometro che, la sua fedelissima lo lasciò impanne dopo aver sbuffato quattro
volte, rendendo vane le sue preghiere approntate ad ogni sbuffo. Davanti a
quell’atroce evidenza, evitò di rimangiarsi le preghiere proferendo
giustificabili bestemmie. Scese dall’auto e riprese la sua personale sfida col
fato aggredendo la strada nonostante il livello della pioggia sembrava simile a
quello che fece inaugurare l’arca al signor Noè.
A casa la situazione non era
tanto migliore, mia madre stava gridando al mondo intero che il parto era in
corso e che il bambino sarebbe nato senza l’aiuto di nessuno. Mia nonna, per
avvalorare la cupa tesi di sua figlia, decise di svenire e piombare a terra con
un fragoroso stramazzo. Il povero nonno Gesualdo accorso in camera da letto
trovò la moglie accasciata a terra e la figlia che chiedeva disperatamente
aiuto per il suo figlio che stava per nascere.
In tutta fretta, diede due grossi
schiaffoni alla moglie per destarla dallo svenimento e si lanciò a dare
soccorso alla propria figlia. Non aveva mai immaginato che un giorno la sua esperienza
maturata con le mucche gli avrebbe permesso di aiutare la propria figlia a dare
alla luce il suo primo nipotino.
Quando mio padre e la levatrice
arrivarono stremati, sopravvissuti al
diluvio, accompagnati dal signor Lauro con la sua carrozza, trovarono mia nonna
Adele che da poco rianimata , indicava mia madre e il bimbo in fasce, vantando
il sesso maschile del nuovo arrivato.
Non so se fosse da addebitare a
quella particolare giornata della mia nascita, ma mio nonno fu legatissimo a
me, aveva sempre del tempo libero per intrattenermi con i suoi mimi e con i
suoi indimenticabili racconti di vita. Racconti di vita riguardanti per lo più
il suo amico Pepi il matto. Mio nonno era un tipo sereno, ma quando qualcuno
dubitava dei suoi racconti su Pepi il matto si adirava, spergiurando che si
trattava di assoluta verità. Verità avuta in eredità durante i sette giorni in
cui fecero entrambi reciproca conoscenza.
Giorni in cui mio nonno conobbe il suo piccolo eroe che avrebbe vantato per il
resto della sua vita.
Mio nonno Gesualdo, prima di
intraprendere l’attività di allevatore, lavorava in una ditta di costruzioni
edili. Spesso la ditta appaltava lavori anche fuori provincia. E fu proprio in
una di queste occasione che incontrò Pepi il matto, ovvero Pepi Santocono che, all’epoca
lavorava come idraulico. Era un uomo alto e robusto, capelli color carota,
occhi piccoli e un’aria bonaria nonostante la sua imponenza. In quei sette
giorni in cui condivisero mensa e alloggio strinsero un’amicizia simile a
coloro che si frequentavano sin dall’età adolescenziale, come si dice dalle
nostre parti, si spartirono anche il sonno. Lui diceva che un tempo aveva una foto che, nonostante
avesse custodito come un tesoro, non riusciva più a trovare. E quando ci
pensava, per lui era una dannazione, non riusciva a venirne a capo. L’aveva
sempre tenuta nella busta che conteneva tutte le foto scattate con i
commilitoni ai tempi della grande guerra. Un bel giorno non si trovò più, come
se si fosse dissolta nel nulla, nessuna traccia. Di solito quando le cose di
casa spariscono in quel modo sono ben conservate e prima o poi vengono
ritrovate. Ma per quanto riguardava quella foto non era ancora arrivato il suo
poi. Mia nonna confermava l’esistenza della foto. Nessuno di noi dubitava che
si fossero conosciuti davvero, ma gli accadimenti sciorinati nei vari racconti
mettevano a dura prova la possibilità di crederci per intero. Magari il signor
Pepi nel raccontare la sua vita a mio nonno l’ha infarcita di fantasia, che
agli occhi di mio nonno passò per assoluta verità.
Ma mio nonno era fermissimo nella
sua impressione di aver conosciuto un uomo che sarebbe stato capace veramente
di simili fatti. Per questo lui credette integralmente a quei racconti.
Ho sempre davanti ai miei occhi
quelli di mio nonno Gesualdo quando mi metteva a cavalcioni sulle sue gambe e
mi chiedeva se volessi ascoltare una storia che nessun libro poteva mai
raccontarmi. Al mio scontato si, con voce calda iniziava la storia, e con gli
occhi fissi guardava altrove. Le ricordo tutte, per fortuna la sua ossessione
per quelle storie era così tale che le raccontava più volte, ed ogni volta
sembrava come se fosse la prima perché il suo modo d’interpretarle era vigoroso
e accattivante, ricco di particolari che sembrava raccontasse di sé. Non c’era
un ordine cronologico, gliene veniva una in mente e la raccontava e poi se chi
ascoltava ne volesse ascoltare di altre, lui ne acchiappava un’altra al volo
nei suoi ricordi e ripartiva di filato come un treno sfuggito al suo
macchinista.
Avrei voluto trascriverle dando
loro un ritmo cronologico dettato dalla presunta età di Pepi il matto mentre
inconsapevole scriveva con atti di vita storie che avrebbero impreziosito la
vita di altri. Però mi sentivo come se in un certo senso avessi tradito mio
nonno. Per questo ho optato per la scelta casuale delle storie. Quella che mi è
venuta adesso in mente è sicuramente la più bizzarra, la meno probabile, ma mio
nonno ci credeva e rideva fino allo sfinimento.
Erano gli anni in cui la famiglia
Santocono si era trasferita in Germania. Il padre di Pepi, il signor Salvatore
diverse volte aveva rifiutato l’invito da parte di suo fratello a raggiungerlo
nella bassa Baviera, precisamente a Landshut, doveva aveva messo su una sala di
barbiere, ma quando un giorno la sua barchetta, unico sostentamento per la
famiglia, fu risucchiata dal mare in tempesta non gli venne molto difficile
ordinare alla moglie di raccogliere il necessario e partire col primo treno
disponibile. Chi lascia il sud lascia il proprio cuore, ma la pancia e il
futuro dei suoi figli era più importante dei sentimentalismi. Lì, con l’aiuto
di suo fratello, allestì una piccola bettola che in poco tempo divenne la casa
di tutti gli operai emigrati in quella zona.
Un giorno, senza nessun preavviso
per organizzare l’accoglienza cittadina, fece una breve sosta a Landshut,
l’uomo che aveva scritto di getto il Mein Kampf, l’uomo che da poco aveva
ordinato ai suoi fedelissimi panzer d’invadere la Polonia. Quel giorno, Pepi
era andato a salutare suo zio, approfittando di un pomeriggio libero. Zio
Calogero, preso da un’improvvisa necessità fisiologica, affidò la sala da barba
al nipote ,congedandosi uscì e si diresse nella vicina casa. La sala era vuota,
il più della clientela si sarebbe fatta viva nelle ore più tardi del
pomeriggio, nelle ore in cui le fabbriche chiudevano i battenti. Pepi, si
guardò in giro, prese una rivista e si accomodò sulla panca più vicina
all’uscio. Neanche il tempo di girare la prima pagina che dalla strada si sentì
un ruotare di macchine. Fu un attimo che entrarono nella sala tre soldati
tedeschi e subito dopo un nuvolo di una decina di altri camerati. Quando il
nuvolo si diradò, rimase un uomo sulla sedia mentre tutti gli altri con gli
occhi sbarrati invitavano Pepi a mettere in servizio le proprie mani. Cercò
invano di spiegare che lui non era il titolare, che lo zio Calogero sarebbe
arrivato tra un istante. Niente. Uno dei militari si avvicinò a Pepi e gli fece
cenno di avvicinarsi alla sedia. Pepi non aveva ancora intuito chi si sedeva a
quella sedia, ma implorava in mente lo stesso che lo zio tornasse presto per
toglierlo da quel guaio. Nuovamente, il militare con voce più robusta scosse
Pepi, il quale per inerzia iniziò a preparare il sapone per la barba. Lo zio
doveva essere ormai li, così gli avrebbe fatto trovare la saponata pronta,
quattro colpi di rasoio e tutta quell’incomprensione sarebbe svanita nel nulla.
La saponata fu pronta, ma zio Calogero aveva scelto proprio quel giorno per
sparire dal mondo. Notato il nervosismo dei presenti, Pepi si pose di fronte
all’uomo e iniziò ad insaponargli il viso. Da quella prospettiva iniziò ad
avere i primi dubbi che quell’uomo davanti a lui fosse proprio quello che non
avesse mai voluto che fosse. Pepi, era solito sbarbarsi da sé col rasoio simile
a quello che usava lo zio, ma un conto è tagliarsi la propria barba e un altro
è tagliare la barba all’uomo che tutta la germania chiamava Mein Fuhrer.
La mano sembrava tenere un rasoio
di mille chili. La paura di vedere sgorgare sangue da quella candida schiuma si
fece sempre più forte in lui. Nessuno dei presenti aveva avuto il dubbio che
lui non fosse il titolare di quella sala. L’unica loro prerogativa era di far
sbarbare Hitler nel minor tempo possibile. Colpo dopo colpo schiuma e peli
venivano via lasciando intatta la pelle delle guance. Il difficile venne quando
iniziò a trattare i baffi. Dopo un paio di colpi ebbe il dubbio che aveva
combinato l’irreversibile. Mentre asciugava il Fuhrer, si materializzò la
sagoma di zio Calogero, il quale a stento si trattenne da mettersi le mani ai
capelli. Da dietro la sedia vedeva sullo specchio il riflesso di un uomo
sbarbato con due baffetti rovinati, con le punte tagliuzzate. Pepi disse allo zio che i soldati non avevano capito che lui
non era il titolare. Zio Calogero spiegò in tutta fretta l’equivoco. Ma l’aria
rimase tesa per quell’evidente rasatura non andata a buon fine. Ma fu il Fuhrer
stesso che con una sonora risata rassicurò i presenti. Quel taglio atipico dei
baffi l’aveva colpito positivamente. Si alzò e strinse con vigore la mano di
Pepi.
Poi, si formò di nuovo il nugolo
di persone che lo riportò all’esterno. Pepi e suo zio rimasero in silenzio ad
ascoltare lo stridio delle auto che in fretta si dileguavano.
-Hai idea di cosa hai
combinato?-chiese zio Calogero rivolgendosi al nipote con lo sguardo di chi è
appena sopravvissuto ad una calamità naturale.
-Ho cercato in tutti i modi di
fare capire loro che non ero io il barbiere…niente…volevano a tutti i costi che
io tagliassi la barba a quell’uomo…
-Quell’uomo?..ma tu sai chi è
quell’uomo?...proruppe zio Calogero, cadenzando ognuna delle lettere da lui
pronunciate.
Pepi fece un timido cenno con la
testa prima di rispondere.
-Ho capito chi era solamente
quando ho iniziato ad insaponargli il viso…ho cercato in tutti i modi di
prendere tempo…ma tu non arrivavi mai…e loro avevano un fretta come se stesse
per esplodere il mondo…
-Proprio oggi dovevano farsi
vivi…il mercoledì zia Agnese prepara sempre un piatto caldo di lenticchia…mi
dispiace…ma non potevo fare più svelto di così…-fece lo zio mentre si sedeva
mestamente sulla panca accanto al nipote.
Un attimo di silenzio si
contrappose tra i pensieri di zio e nipote come per creare un solco tra quello
che era successo e il presente.
Ad un tratto, una sonora risata
di entrambi sferzò l’atmosfera di meditazione che si era creata.
-Che ridere…l’hai visto con quei
baffettini tagliuzzati…il Fuhrer…hai combinato per le feste il Fuhrer…e lui?,
invece di ordinare alle sue guardie di tagliarti la testa…che fa?, si alza
dalla sedie e ti stringe la mano ringraziandoti…-disse zio Calogero ridendo a
crepapelle.
Pepi, a stento si asciugava le
lacrime con il fazzoletto.
-Quando ho visto che il primo
pezzo di baffo era saltato…ho pensato di rifare lo stesso errore con l’altro…me
la sono vista brutta in quegli istanti…non mi sarei mai aspettato di uscirne
fuori con un encomio…
Dalla porta entrò Paolo il
falegname e vide zio e nipote che stavano ancora ridendo.
-Adesso quella barzelletta la
raccontate pure a me!
-Certo…ma non ci crederai mai…a
questa barzelletta-rispose sorridente zio Calogero.
Da quel giorno tutti i barbieri
della Germania dovettero adeguarsi al nuovo taglio che invase la nazione.

Nessun commento:
Posta un commento